Il provino scalare: a cosa serve e 1001 modi per farlo

Diciamoci la verità, l’esperienza e lo studio in camera oscura fanno la differenza e sono più che sicuro che uno stampatore che fa questo lavoro da decenni sarebbe in grado di avvicinarsi ad una buona stampa di lavoro con un colpo solo dando uno sguardo al negativo. Ovviamente prima di arrivare a questi livelli bisogna studiare, capire, provare e sbagliare tanto in camera oscura!

Se per esporre correttamente la pellicola ci affidiamo agli esposimetri, per esporre la carta sotto l’ingranditore si usa un approccio per tentativi sfruttando i provini scalare. Esistono anche esposimetri da stampa che potrebbero avvantaggiare un professionista in determinate situazioni, ma per un foto amatore credo che sia uno strumento inutile e comunque, alla fine della giornata una prova visiva della stampa è inevitabile.

Che cos’è un provino scalare?

Un provino scalare altro non è che una prova di stampa del fotogramma completo oppure di una porzione significativa di esso, fatta a differenti esposizioni (da qui la parola scalare) con lo scopo di trovare, fissata l’apertura del diaframma e la filtratura di contrasto, il tempo che fornisce i “giusti” toni scuri e chiari.

La realizzazione di un buon provino scalare è cruciale per la riuscita di una buona stampa poiché ci fornisce tante informazioni locali e globali su esposizione e contrasto per realizzare l’immagine che si ha in mente.

Dal punto di vista pratico il modo più semplice per realizzarlo è quello di mettere sotto l’ingranditore fotografico della carta ed esporla per un intervallo di tempo a nostra scelta (4 secondi ad esempio). Dopo questo tempo si copre una porzione di carta esposta con un cartoncino opaco e si espone la rimanente parte per un ulteriore intervallo temporale e così via. In questo modo si avranno differenti strisce di carta ognuna delle quali esposta per tempi differenti (es. 4-8-12-16… secondi). L’intervallo di tempo e l’esposizione di base possono variare a seconda di differenti fattori e con differenti modalità che vedremo a breve, ma alla fine della procedura un provino ha generalmente un aspetto del genere:

Un esempio di provino scalare realizzato su una porzione centrale dell’immagine a strisce orizzontali di 4 secondi.

La valutazione del provino scalare sarà argomento di un prossimo post dato che in questo articolo in quanto voglio concentrarmi solo sulla parte realizzativa però, siccome non mi piace lasciarvi a bocca asciutta, vi rimando a questo utilissimo tutorial di Andrea Calabresi in cui spiega mille volte meglio di come lo farei io come si realizza e come si analizza un provino scalare.

Voglio analizzare con voi 4 aspetti legati alla realizzazione di un provino scalare:

  • Dove localizzare il provino. Il provino scalare può essere fatto sia su tutta l’area di stampa che su una zona localizzata. La scelta dell’uno o dell’altro metodo dipende da diversi fattori: se si deve realizzare una stampa di piccole dimensioni (10×15, 15×18), vedo poco pratico fare un provino su una porzione del fotogramma poiché sarebbe troppo piccolo e risulterebbe difficile fare una buona valutazione complessiva, se invece si deve realizzare una stampa più grande (almeno 24×30) allora può essere conveniente localizzare il provino in modo da ridurre lo spreco di carta. Questa discriminante non deve assolutamente essere vincolante infatti, condurre un provino scalare su tutta l’area dell’immagine fornisce già da subito un’idea globale sulla composizione e sopratutto sulla resa generale dell’immagine a quell’ingrandimento. Se optiamo per un provino localizzato, un’analisi preventiva del negativo e del provino a contatto ci aiuta a capire quale zona scegliere per realizzare la prova; in linea di massima vi suggerisco di condurre il test in un’area che abbia sia toni scuri che e toni chiari, in modo da avere una stima dell’esposizione e del contrasto globale. Ovviamente nessuno vi vieta di fare più provini, anzi! Ad esempio in questo articolo dove ho descritto la stampa Case cubiche di Piet Blom, a causa della particolare composizione e di una forte differenza di esposizione tra il cielo e le case, ho dovuto fare più provini localizzati in zone diverse del fotogramma.
  • Utilizzo di un provinatore. Un provinatore non è sicuramente un oggetto necessario in CO, infatti come visto prima basta un foglio di carta opaco (un cartoncino almeno delle dimensioni della carta di stampa). Esistono comunque dei provinatori che sono stati pensati per semplificare la vita allo stampatore (non sempre) permettendogli di realizzare i provini nei modi più disparati:
    • Provinatore classico: composto da una serie di alette che si possono alzare e abbassare permettendo di esporre una porzione di carta alla volta per un certo tempo. Personalmente lo ritengo inutile poiché come ho già anticipato può essere sostituito in maniera molto più comoda ed economica da un cartoncino.
    • Provinatore Centralizzato: è strutturato in maniera “opposta” rispetto a precedente. Infatti con questo provinatore si ha la possibilità di spostare la carta al di sotto di un’apertura esponendo di conseguenza sempre la stessa area del fotogramma. Questa soluzione la ritengo più comoda in alcuni ambiti: nel BN in quanto permette di confrontare sempre la stessa area non solo a differenti esposizioni ma anche a differenti contrasti, nella stampa colore permette di confrontare stesse aree ad esposizioni e a filtrature di colore diverso.
    • Provinatore a trasparenza: non sapevo come chiamarlo😅, comunque si tratta di fogli trasparenti, con delle densità crescenti pre impresse a spicchi o a strisce. Si sovrappone il provino sull’immagine e si espone per il tempo riportato sulle istruzioni. Il provino quindi avrà degli spicchi ognuno del quale rappresenterà una frazione del tempo di esposizione. Questo genere di provinatori non mi sembra molto comodo (forse solo per qualche ritratto) e inoltre ho paura che degradino nel tempo andando quindi a “falsare” il provino.
  • Direzione dei gradini del provino. Quando si realizza un provino scalare non basta prendere un pezzo di carta metterlo in un punto random del fotogramma e fare le varie esposizioni, in quanto si rischia di scegliere una parte non significativa del fotogramma e il risultato non ci fornirebbe informazioni sufficienti su esposizione e/o contrasto. In generale non ci sono regole particolari da seguire e tutto dipende dalla composizione della scena fotografata ma comunque vi riporto qualche suggerimento che può tornarvi utile:
    • scegliere un’area del fotogramma che contiene possibilmente toni scuri e toni chiari in modo da poter avere una stima del risultato globale analizzando solo una particolare zona.
    • se sul negativo sono presenti aree con densità molto differenti (cielo – terra, interni – esterni, controluce) fare provini separati.
    • se nella vostra composizione ci sono delle “linee” nette che separano zone a diverse esposizioni (orizzonte, bordi di edifici, attaccatura di capelli in un ritratto, geometrie particolari…) fare i gradini dei provini perpendicolari a queste linee di separazione
    • se dovete stampare un ritratto potrebbe essere conveniente sfruttare un provinatore localizzato su una zona del viso che comprende capelli, pelle e occhi

Ho realizzato un breve video in cui vi mostro qualche negativo e come realizzerei i provini a seconda delle diverse situazioni.

  • Scala di tempi quando si realizza un provino scalare viene naturale utilizzare una progressione aritmetica nel fare le differenti esposizioni (4-8-12-16-20 sec…) in cui la differenza tra due termini consecutivi è sempre costante (8-4=4, 12-8=4, 16-12=4…). Fino a quando i tempi di esposizione rimangono al massimo dell’ordine dei 20-30 secondi un approccio del genere va più che bene, in quanto fornisce un provino con gradini abbastanza distinguibili. Quando però i tempi superano i 50-60 secondi, o a causa di negativi troppo densi, o poiché dobbiamo realizzare stampe grandi, o crop abbastanza spinti, un approccio con una progressione aritmetica può tirar fuori un risultato difficile da interpretare. Facciamo un esempio: supponiamo di dare un’esposizione di partenza di 40 secondi e di fare gradini di 10 secondi con una progressione aritmetica (40-50-60-70-80). Il provino ottenuto avrà un range complessivo di uno stop con gradini di circa 1/4 di stop che potrebbero non essere sufficienti per una prima stima del tempo di esposizione. In queste circostanze utilizzare una progressione geometrica (2-4-8-16-32 sec…) per fare una prima stima del tempo di esposizione potrebbe essere più vantaggioso (ricordo che in una progressione geometrica il rapporto tra due termini consecutivi è costante 4/2=2, 8/4=2, 16/8=2…). Tornando all’esempio di prima, volendo mantenere lo stesso numero di step potrei fare (40-56-80-113-160 sec) ottenendo incrementi di mezzo stop per un range complessivo di 3 stop. A questo punto una volta individuato un intervallo di tempi “papabile”, ad esempio tra 80 e 113 secondi, si può procedere a fare un provino più specifico in quell’intervallo di tempi. Per mia esperienza trovo questo approccio molto comodo con il provinatore localizzato. Ho realizzato un piccolo video in cui vi mostro molto brevemente le differenze tra i due approcci.
  • Temporizzatore vs Metronomo. Il provino scalare può essere condotto accendendo e spegnendo l’ingranditore volta per volta a mano, sfruttando il temporizzatore oppure con l’aiuto di un metronomo impostato a 60bpm. Se si abbina al metronomo una progressione aritmetica dei tempi non si avranno problemi a contare (basta non farsi distrarre troppo da chiacchiere o musica), se si utilizza una progressione geometrica in cui l’intervallo tra una striscia e l’altra non è costante allora potrebbe essere scomodo contare a mente e quindi regolare step by step gli intervalli di tempo al temporizzatore. Esistono temporizzatori più avanzati che permettono di fare esposizioni in maniera automatica con successione geometriche dei tempi…e non sarebbero male da avere. Ricordiamoci inoltre che per tempi molto brevi dell’ordine di qualche secondo bisogna tenere conto dell’effetto dell’inerzia della lampada, ovvero il tempo che impiega a raggiungere la massima luminosità: ad esempio se la lampada impiega 1/4 di secondo per raggiugnere la massima luminosità, allora 4 esposizioni da 1 secondo non saranno uguali ad una da 4 secondi ma qualcosa in meno.

Come vedete la realizzazione di un provino scalare può avere diverse varianti e aspetti da tenere in considerazione per farli fatti bene e che forniscano informazioni utili al fine di trovare la giusta esposizione e contrasto. Quelle che vi ho riportato qui non sono regole da seguire in maniera rigorosa ma solo semplici suggerimenti da tenere presente in camera oscura. Ognuno poi sceglierà il proprio modo di lavorare in base all’attrezzatura che ha e in base al tipo di stampe che realizza.

Ovviamente quando si fanno i provini, si vuole minimizzare lo spreco di carta e il tempo d’altronde carta e tempo hanno un costo ed è giusto così, ricordiamoci però che provini mirati, fatti bene e valutati bene portano ad una buona stampa mentre provini fatti in maniera superficiale vi potrebbero far sprecare il doppio della carta e del tempo portando comunque un risultato mediocre.

Nonna dice sempre: chi sparagn sprec (Chi crede di risparmiare poi spreca spendendo di più).

Vi rinnovo l’invito a seguirmi sui miei social Instagram @giandoman @giandomanalog o su Facebook se preferite se volete contattarmi direttamente per ulteriori info. A presto!

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